19 Aprile 2006

Leonardo, la cultura, l’Europa

di Diego Caramma

In un clima di gretto provincialismo si parla di Leonardo da Vinci senza conoscere ciò che ne ha scritto Armando Verdiglione all’inizio degli anni ’90, il quale, fra le molte cose importanti, dice: la questione Europa e il suo destino risultano illeggibili se non si tiene conto della lezione di Leonardo (il che non significa considerarlo come precursore europeo). L’invito a comprendere Leonardo in alternativa a Galileo (senza per altro escludere il secondo, e senza voler leggere il primo alla luce di ciò che è venuto dopo, in tutt’altra temperie culturale) è stato formulato già da qualche tempo. Leonardo è uno scrittore anche quando dipinge, ed è un pittore quando scrive. Con lui, contrariamente ai luoghi comuni, si registra la completa uscita da qualsiasi visione totalizzante. Primo artista-ingegnere, nel suo pensiero di “omo sanza lettere” (Leonardo impara le lettere all’età di 35 anni) la pittura sostituisce la lingua universale del pensiero logico-scientifico. Non a caso, è stato giustamente detto che egli non è corrotto dalla nostra logica astratta, e proprio perciò può immaginare un tipo di sapienza, un tipo di cultura fuori dagli abituali canoni formativi.

Leonardo è pure colui che scrive dell’ombra. Rocco Ronchi ha giustamente sottolineato come Dante, nel XIX Canto del Paradiso, definisca l’ombra come il portato della carne, il segno di una presenza al mondo che non è tutto ma che è nemmeno niente; una presenza incarnata, gettata, che sconta il peso del suo essere situata proprio in questa piega del mondo. Dicevamo dell’ombra nella scrittura di Leonardo: l’ombra è l’indice dell’inconciliabile. Ha ragione Paul Celan quando, in uno dei suoi tanti versi brucianti, scrive “Dice verità chi dice ombra”. È ancora lo scarto tra riflessione e irriflesso, tra “mondo oggetto” e “mondo-della-vita”, tra invisibile e visibile. Non è forse un caso che proprio Leonardo impernia il proprio “Trattato della pittura” sulla possibilità di costruire una prospettiva “atmosferica”, capace di ospitare nello spazio della rappresentazione le nubi, le nebbie, e tutto ciò che è indeterminato. Proprio in quel trattato, del resto, sono anticipate e risolte ancora all’interno di una dimensione prospettica approfondita, quasi tutte le critiche che il Novecento ha mosso all’innaturalità della costruzione prospettica.

Leonardo incarna un tipo di sapienza che ancora ci lascia spaesati, che ancora profondamente ci sorprende: “non sappiamo come prenderlo, perché è totalmente al di fuori delle nostre abituali categorie ermeneutiche. Sino ad ora non abbiamo fatto che ricondurlo alle nostre categorie per sistemarlo almeno un pochino, affinché non ci scappi da tutte le parti”. Si capisce: è un uomo che è veramente al di là della distinzione fra teoria e prassi, mostrando in questo modo l’inconciliabilità con le categorie e i canoni accademici che tendono a confiscare la parola e ad appiattire la vita in una visione sommaria, fino al punto in cui l’Altro diviene il proprio nemico.