22 Aprile 2006

In margine ad Archivio Spinoza di Carlo Sini

di Diego Caramma

Archivio Spinoza è, per quanto ne sappiamo, l’unico saggio sull’argomento in grado di prendere decisamente le distanze da una storiografia ottusa incapace di fare questione dei propri segni. Senza di esso – sebbene vi sia la possibilità di disporre dell’edizione dell’Etica curata da Giorgio Colli la cui “avvertenza” (che abbiamo ritrovato con grande piacere all’interno di questo lavoro) è un ammonimento – non avremmo saputo e potuto nemmeno intravedere l’occhio del ciclone del pensiero di Spinoza, ove dice, in estrema sintesi, che la sostanza non è una cosa, e la cosa non è una sostanza. Con ciò, ci sembra, si precipita in quello che l’autore chiama il “pensiero abissale” del filosofo di Amsterdam.

Parlare dell’infinità degli attributi non riguarda la loro calcolabilità, e del resto parlarne al plurale non aiuta a capire. Unico è l’attributo. Unica è la sostanza. Nell’oscillazione, nell’orlo di quell’infinito transfert l’attributo continuamente s’inabissa ritornando (eccolo di nuovo) come essere in figura, come segno, come distanza. Così come ogni uomo s’inabissa nell’evento del mondo, lasciando tuttavia una traccia, per quanto mutevole e durevole, del proprio passaggio in cui si dà il “transito della vita eterna”.

In altro luogo l’autore parlava di ritmo infinito di una divaricazione unificante e di una unificazione divaricante, là dove fondativo non è nessuno dei due momenti di per sé preso, esattamente come non lo sono i due principi in quanto tali. Fondativa è solo la dualità combinata, cioè l’apertura che li oppone e li compone originariamente nell’accadere di un mondo come tensione e come transito irriducibili. Sistole e diastole di uno stesso respiro. Evento dello stesso e dell’altro insieme, evento a cui tanto lo stesso quanto l’altro appartengono, senza appartenersi che in esso (ogni attributo è tutta la sostanza, ogni significato è tutto l’evento).

Lo abbiamo detto in altra circostanza, e non ci sembra male ripeterlo: vi è tra i filosofi (invero pochi) chi, con grande fatica, sta cercando di mostrare come il compito della filosofia dovrebbe essere quello di richiamare le scienze allo spinozismo, ad un “sentire il mondo” che superi il dualismo mente/corpo, in altre parole il dualismo tra conoscenza dei sensi e conoscenza razionale istituito dal (seppur grandioso) gesto cartesiano. Se è così, le conseguenze, anche per l’architettura, sono immense, al momento neppure del tutto immaginabili. Forse perché gli architetti non hanno ancora attraversato quella soglia che mette in crisi l’impalcatura del moderno.

Ma lasciamo senz’altro la parola all’autore. Siamo al momento dell’epilogo del libro: «Il suo è stato il tentativo di interrogarsi su che ne è del mondo, dell’uomo, del senso della vita alla luce della rivoluzione scientifica. Tentativo che però è svolto da Spinoza come questione etica. Egli non si chiede tanto com’è fatto il mondo, ma piuttosto che significa abitare questo mondo aperto alla conoscenza scientifica. (…) Non si tratta di un progetto conoscitivo che obietta il passato nella storiografia e il futuro nella cibernetica, e che così pone il mondo sotto controllo. Si tratta piuttosto di collocarsi in questo cammino della conoscenza, come modo di abitare il suo evento, in cui siamo iscritti, che lo vogliamo o no. Sicché si potrebbe dire anche così: l’insegnamento che da Spinoza viene con forza è che il metodo conoscitivo non ha il fine in se stesso; cioè non ha quel fine dal quale siamo solitamente così affascinati, e che consiste nella produzione e nel controllo dell’oggetto. La conoscenza in verità è una via, una odòs, e Spinoza ha già detto in questo l’essenziale: è una via di purificazione. Qui si rivela un’altra faccia dell’Etica. Non è che il metodo geometrico di Spinoza sia soltanto un’ingenuità, dovuta ai pregiudizi del suo tempo, e cioè alla strana (per noi) pretesa di dimostrare alla maniera euclidea le proposizioni della filosofia. Nel suo profondo è ben altro; è la esemplarità di come, entro un metodo scientifico, si tratti di rintracciare una via di purificazione, cioè di fare di questo stesso metodo un esercizio di purificazione. (…) Il cammino dentro il metodo è certamente liberazione dalla superstizione: Spinoza lo ha detto continuamente. Liberazione che fa sì che la passione attiva del mondo, che si esprime nel nostro tempo come passione attiva del conoscere, come estrema possibilità pratico-tecnica che caratterizza il mondo della nostra età, non abbia più pretese di dominazione. Non ha la superstizione della dominazione della vita e della cosa: ma, al contrario, è l’occasione per la nostra costitutiva collocazione nella soglia dell’inizio del mondo, nella eventualità del mondo. È così che la filosofia è ancora episteme, scienza, ed è così che la filosofia trova nella scienza il suo compimento. Non è che la filosofia si volatilizza nella scienza; anzi, la scienza chiama a gran voce la filosofia al suo compito estremo che è quello di abitare il suo stesso evento; cioè di ridisegnarsi da metafisica in etica, così che essa possa stare sul punto. Naturalmente l’etica non è una tavola di valori; è piuttosto un atteggiamento (io direi un metodo di scrittura)».